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Ciao Nuoto...e Grazie.


Ho ritrovato recentemente un disegno che avevo fatto nel 1998-99 (sopra) quando avevo tredici o quattordici anni.

Mi sono reso conto che molte persone conosciute ultimamente non sanno che sono stato uno sportivo e che ho nuotato agonisticamente per quasi una ventina d’anni.

Ebbene questo sport non è stato solo il più lungo capitolo della mia vita, è stato un vero e solido blocco di partenza per la realizzazione di così tanti sogni e avventure che si merita uno dei più grandi e sentiti ringraziamenti che possa concepire. Attraverso di esso mi sono consolidato come individuo, ho sognato, lavorato e realizzato. Grazie ad esso mi sono potuto lanciare con fiducia ovunque abbia voluto. Davvero ovunque. Sul piano vasca ho incontrato alcuni tra gli amici più vicini che ho e che amo con tutto il mio cuore, persone che mi hanno ispirato e mi hanno aiutato ad abbattere limiti mentali e quindi fisici, che mi hanno insegnato, supportato, spronato, e portato ad essere l’individuo che sono oggi e che amo. Così tanto resta vivo nella mia vita odierna di quegli anni passati a scorrere su e giù per la vasca...

Il mio ritiro dall’agonismo è stato a lungo premeditato ma è arrivato effettivamente all’età di 25 anni. Avevo ufficialmente deciso di ritirarmi quando ne avevo 19, quando mi trasferii negli Stati Uniti la prima volta, ma decisi di riprenderlo per permettermi gli studi universitari.

Ci tengo a spiegare le ragioni che mi hanno spinto a ritirarmi dall’agonismo secondo alcuni prematuramente. Ci tengo perché mi è capitato spesso, soprattutto di recente, che qualcuno tra questi rimpiangesse il fatto che avrei potuto dare di più, raggiungere traguardi più ambiziosi, prendermi soddisfazioni più grandi...

Vi dico la mia.

Credo che il talento sia un dono che merita attenzione, dedizione, tempo, e molto altro. Credo anche che il talento lo si indossa e allo stesso tempo esso indossa noi; si presenta a fianco della responsabilità; quella di tutelarlo, di farlo fiorire, quello di lasciarlo crescere e portare chi lo indossa e dal quale è indossato a crescere con lui. Saperlo gestire è un talento di per sè. E' per questa ragione che non tutti i talenti sbocciano come potenzialmente potrebbero: la responsabilità, se non è vissuta con una certa serenità, umile serietà, e consapevolezza rischia di appesantire e diventare un peso fin troppo grande da portarsi appresso. E' vero anche l'opposto, cioè che l'individuo può diventare "solo" il suo talento a discapito della sua umanità. Mantenersi equilibrati tra i sensazionalismi e la superficialità di questi tempi non è una cosa facile.

Credo che in questo equilibrio influiscano innumerevoli fattori, dalle influenze sociali, culturali, e comunitarie (in primis la famiglia), all'educazione, alle tendenze mediatiche, alla propria capacità di sostenere pressioni e aspettative, eccetera eccetera. Il punto è che c'è veramente poco da biasimare se chi ha talento spesso ne è sopraffatto, soprattutto se il talento diventa un oggetto di valutazione dell'individuo stesso e quindi merce.

Non sto cercando di giustificarmi: se ho avuto talento nel nuoto, credo di averlo indossato esattamente come dovevo, nel senso di averlo portato esattamente dove doveva andare. Non è sempre stato chiaro questo per me, ho avuto i miei dubbi e le mie defiance; ma oggi non è più il caso (perlomeno sulle mie effettive chance di diventare un "grande" nuotatore) e ci tengo a spiegarmi. Questa è più una considerazione che faccio a sostegno di chi sente di star sprecando il suo, o magari di averlo già sprecato - va tutto bene, fin tanto che si è determinati ad imparare e crescere nella vita. La vita è ricchissima di sorprese e opportuintà per dimostrare il proprio vero valore. Il talento, sebbene prezioso, è solo una gemma di un grande tesoro che ognuno possiede e che non si finisce mai di scoprire.

Anche nell'agonismo il talento rappresenta solo un ingrediente di una miscela che porta un individuo a risultati eclatanti come quelli che mi venivano proiettati nell'ambito del nuoto. Di questa miscela, l’AMORE è l’ingrediente più importante, il principio più attivo di tutti.

Il nuoto è uno sport che quando si pratica a certi ritmi (uno o due allenamenti al giorno per tutto l’anno) richiede una tale dedizione che quasi tutto il resto passa in secondo piano. Strano, considerato che si tratta di due o magari cinque ore di un giorno di quindici ore vissute attivamente…eppure è così. La concentrazione richiesta ad un atleta professionista si estende ben oltre le ore di allenamento: dalla dieta al riposo, dall’attenzione al fisico alla forza mentale, all’impeccabilità nella disciplina, nella routine, nella determinazione e nell’impegno. Il nuotatore che smette di essere atleta fuori dal piano vasca si allena a metà; questo, perlomeno, è il nuoto che ho conosciuto io. Per anni ho amato questa disciplina con tutto il cuore, arrivando a piangere dalla fatica in allenamento (sto parlando di quando avevo quindici-sedici anni Massi! :-) In pratica quando raggiungevo i primi podi regionali e nazionali – gli anni in cui rinunciavo alle gite scolastiche delle superiori e alle prime tarde serate con gli amici). Capite che intendo quando dico che l’amore è l’ingrediente più importante; senza quella forza extra-ordinaria che ti permette di sormontare “ostacoli” mentali e fisici extra-ordinari, uno sport come il nuoto lo si pratica a metà o non lo si pratica affatto.

L’altro ingrediente è la motivazione. E’ questo il fattore che ha determinato prima una controversia a me interna e poi una moltitudine di scelte che mi hanno spinto a cambiare paese, a compartire la mia energia e dedizione con altre passioni, attività, risultando in un lento abbandono del nuoto. L’amore per il gesto atletico, il rapporto con l’acqua, ed il rispetto per la legge visione-fiducia-impegno-risultato non è mai venuta meno; è stato il confronto con ciò che mi motivava a raggiungere quelle sognate performance agonistiche che ad un certo punto non mi seduceva più come un tempo…Perchè lo facevo? Il record personale, il trofeo, la medaglia sebbene ora nazionale rispetto a regionale o provinciale, non era poi così diversa. Alla fine, il percorso è sempre quello tra la visione intuita, la fiducia nella possibilità che si realizzi, e l’impegno necessario per manifestarla (l’oro è la sensazione che si prova a termine del percorso sapendo di aver dato tutto,) ma è essenziale che sìa l’amore sìa il conoscere ciò che ci motiva siano chiari, personali – nel senso che non appartengano ad altri prima che a se stessi, - e soprattutto VERI.

Conoscere la motivazione è sapere perché lo si fa, cosa ci spinge, e la principale spinta non può che essere l'amore altrimenti non è l'intero a motivarci ma solo il risultato, cioè una piccola parte. L'amore dev'essere vero, cioè completo, chiaro ed inequivocabile nella sua sentita risposta.

La mia curiosità mi guidava oltre le piscine. Se avevo talento, la mia scelta è stata quella di usarlo in modo da poter scoprirne e coltivarne altri. Il mio amore si è presto esteso alla creatività (in realtà vivo prima ancora che lo fosse quello per il nuoto), alla ricerca, allo studio, alle relazioni, al viaggio, alle culture diverse dalla mia, alla conoscenza, alla spiritualità, all’esperienza diretta, finché è stato l’agonismo a passare in secondo piano. E poi in terzo, e poi in quarto… Lo ha fatto prematuramente nel senso che in effetti non so che sapore abbia un podio europeo assoluto o una finale olimpica, ma mai immaturamente; non ho rimpianti poiché nel frattempo ho assaporato gusti per me più attraenti e veri secondo i miei valori e interessi. Questo non vuol dire che debbano esserlo per tutti, esattamente come non vuol dire che se uno ha il talento per raggiungere certi obiettivi esso debba essere l’unico fattore da onorare. Ci sono forze nella vita che hanno un’innata priorità su tutto il resto, che sono la verità di ciò che si prova, si intuisce e si desidera.

In oltre, aver successo nella vita è relativo sebbene alcune tendenze culturali e mediatiche ci suggeriscano il contrario; il vero successo è essere felice, e ciò che ci rende felici è una questione personale.

A coloro che ancora nutrono l'opinione che qualcosa è stato sprecato nel mio percorso come nuotatore, vi assicuro che non c'è stato niente di intentato e che il mio talento, il mio amore, le mie motivazioni, mi hanno portato ad un successo che non cambierei per nessun'altra medaglia al mondo. Il bagaglio di esperienze vissute fuori dal piano vasca in questi ultimi anni, vissute in un determinato modo grazie anche agli insegnamenti di questo sport, mi permettono oggi di vivere la vita liberamente, profondamente e felicemente, e di coltivare le mie vere passioni con assiduità e determinazione. In effetti, se qualcosa è stato perduto rispetto agli anni in cui praticavo il nuoto, a parte qualche chilo di massa magra, è la competizione.

Nel frattempo, le medaglie più grandi che il nuoto mi ha dato le porto ancora con me perché fanno parte di me; sono quei tesori invisibili che di tanto in tanto si trasformano in risorse, quali la fermezza nel credere che qualcosa di personalmente rilevante sia possibile, la consapevolezza del lavoro svolto quando si tratta del mettersi in gioco, il coraggio e la forza per non demordere, ma anche l’umiltà nel riconoscere che tutto è un ciclo e che niente dura per sempre…a parte ciò che è stato fatto e ciò che di conseguenza si è imparato.

Le lezioni del nuoto sono state così tante. Ne voglio condividere alcune.

La prima, in senso cronologico, è quella dell’impegno in tenera età. Col senno di poi riconosco quanto sia importante per me oggi essermi impegnato quando ero piccolo. Allenare il fisico, la mente, e lo spirito fin da piccoli (nel senso di familiarizzare con sé stessi, praticare la padronanza di sé, delle proprie sensazioni ed emozioni, conoscere la responsabilità, la disciplina, la determinazione, l'impegno, la passione) cristallizza meccanismi intrinseci che col tempo sembrano diventare più meccanici e faticosi da gestire e talvolta addirittura riconoscere. Credo che questo abbia a che fare con i condizionamenti culturali, sociali, familiari ed il bagaglio d’esperienze che col tempo si accresce e che allo stesso tempo rischia di appesantirsi con dubbi e paure – elementi che uno sport individuale e performativo come il nuoto aiuta a superare.

La seconda è l’importanza della comunità. Sebbene il nuoto sia uno sport perlopiù individuale, l’elemento “squadra” è forse quello più importante quando si tratta di alleggerire il carico di pressione e trovare sostegno e ispirazione per andare avanti nei momenti di debolezza. I compagni di squadra sono membri di una comunità coi quali si condivide molto più di un paio d’ore di sforzo fisico giornalieri: si condivide uno spirito, che tocca e unisce e che spesso benedice elevando l’atleta oltre i propri limiti. E’ una sinergia, in cui anche la performance individuale trova maggior impeto grazie al supporto dei compagni. Lascio un consiglio a tutti i giovani atleti: fate i bravi, aiutatevi a vicenda a dare il meglio, ad elevare i vostri standard e vogliatevi bene, nessuno escluso – l’amicizia, il supporto ed il rispetto tra voi sarà determinante per la realizzazione dei vostri sogni individuali dentro e fuori il piano vasca.

Un’opportunità che il nuoto mi ha fornito è stata quella di poter familiarizzare col potere della mente e del pensiero in modo pratico e immediato. E’ stato illuminante pe me osservare il mio comportamento in gara in relazione al mio stato mentale; si dice che la performance sia il risultato di una condizione psico-fisica…è esatto, ed ancora più esatto è l’ordine delle parole (prima viene la mente e ciò che accade al suo interno, poi viene il fisico). Se ho appreso qualcosa di rilevante su questo è che la realtà nasce da quello in cui si crede. Non si ottiene sempre quello che si vuole né quello di cui si ha bisogno, ma si ottiene sempre ciò in cui si crede. Più salda è questa fede e maggiore è la forza che porterà a manifestarsi la possibilità in cui è riposta la nostra fiducia. Quando incondizionata, cioè non vincolata dalla paura e dal pensiero che qualcosa possa andare “storto”, l’intento e la realtà diventano una cosa sola. Praticare questa fermezza è un lavoro di tipo spirituale e sebbene questo termine non appaia spesso a fianco dello sport, è essenziale.

A volte è ancora più sorprendente osservare in che modo retribuisce l’avere una vera ed incondizionata fiducia negli altri…soprattutto nell’allenatore. Questa è forse la sinergia più efficace nello sport – il rapporto tra allenatore e atleta deve fondarsi su una fiducia reciproca affinché la miscela funzioni completamente. Mi considero un’artista, nel senso che sono un tipo creativo che tendenzialmente rifiuta le imposizioni esterne specialmente se non condivise, ma riconosco che la fiducia nell’allenatore e nella sua visione è stata chiave affinché riuscissi a trovare quella determinazione che a volte si affievoliva. Capitò ad un campionato italiano giovanile dove mi presentai preparato solo in parte a causa di una mononucleosi che “persi” tutte le mie gare predilette; il mio allenatore mi convinse a farne una alla quale non mi presentavo come favorito. Fu attraverso la fiducia e serenità che mi trasmise prima della gara che trovai la forza di presentarmi ai blocchi di partenza, e fu attraverso la sua visione – che in acqua feci mia – che conquistai il titolo ed ebbi accesso alle gare internazionali della stagione estiva (l’obiettivo in cui avevo creduto e per il quale avevo lavorato da inizio anno).

Ho menzionato una cosa sopra che ci tengo ad approfondire, ed è la parte in cui parlo dell’amore e del conoscere ciò che ci motiva; più precisamente il punto in cui dico che è essenziale che tale motivazione sia propria dell’atleta prima che appartenga a qualcun altro. Per un certo periodo mi sono sobbarcato le aspettative di molti, e quello che era originariamente il mio sogno di diventare un nuotatore migliore è passato in secondo piano rispetto al coronare le aspettative degli altri. Rimanere invulnerabili alle pressioni esterne ovviamente è una responsabilità dell’atleta giacché esse non mancheranno. Condividere un sogno è possibile e spesso aiuta, ma solo nel caso in cui il rapporto tra atleta e esterno rimanga equilibrato, ovvero un rapporto che stimoli e non opprima o non allochi condizioni che influiscano sulla serenità di chi in effetti gareggia. Mi riferisco anche ai genitori (che spesso cercando di stimolare i propri figli finiscono inconsapevolmente con l’appesantirli): ricordatevi che in acqua – come in qualsiasi altro campo di gioco - ci sono loro e non voi. Ricordatevi in oltre che nel “big picture” della vita lo sport E' un gioco, sebbene impegnativo e di grande attrattiva, quindi prendete i loro successi e insuccessi con la leggerezza che meritano.

Un altro messaggio che ci tengo a lanciare è quello che tutto serve e niente accade per caso. E’ un messaggio di fiducia e di speranza anche in quelle situazioni che non sembrano rifletterlo. Qualcuno forse si ricorderà che ai Campionati Italiani Primaverili del 2004, l’anno delle Olimpiadi di Atene (e non Roma come nell'illustrazione disegnata anni prima :-), mi qualificai per gli Europei avendo nuotato il tempo limite necessario per partecipare. Non fui convocato e non ne gioii, come molti a me vicini, ma già sentivo il desiderio di spostare la mia attenzione altrove – la voglia di avvicinarmi al cinema e all’arte scalpitava già da un paio d’anni; - quell'episodio benedì ufficialmente le mie vere intenzioni: fu così che quell’estate, al posto delle varie trasferte con la nazionale, feci un viaggio in America con un gruppo di amici e vidi per la prima volta un college americano. Dopo qualche mese fui accettato alla University of Southern California (facendomi il mazzo e studiando per mesi al fine di superare il test d’ammissione SAT – lo dico per enfatizzare nuovamente che certe cose non piovono dal cielo) ed iniziò così quel secondo capitolo tanto atteso.

Talvolta sembra che la vita ci remi contro. Non è così. E’ che non abbiamo appreso bene abbastanza il linguaggio che usa per comunicare con noi e soprattutto a quale parte di noi. A volte basta solo un pò di silenzio dalle chiacchere della mente che tutto diventa più chiaro. A volte ciò su cui facciamo chiarezza è difficile da digerire, ma necessario allo stesso tempo per crescere. E’ comunque attraverso la chiarezza che le lezioni si apprendono ed i loro insegnamenti possono essere messi in pratica. Quindi amici, parenti, allenatori, atleti…state tranquilli. La vita è un Grande Mistero e l’unico ritmo in grado di guidarci nella Sua danza batte forte dentro di noi. Ascoltarlo e facilitarlo è la nostra unica vera responsabilità...tutto il resto danza intorno a questo come i pianeti intorno al sole.

Tornando al "profetico" disegno che accompagna il post, la mia olimpiade è stata quel campionato italiano del 2004 dove arrivai preparato e pronto a mettermi in gioco, ma la vera vittoria arrivò mesi dopo, quando onorai l'intuizione che nella vita esistono molti tipi di successo e decisi di seguire quello per me più attraente. Ringrazio il nuoto per esser riuscito a tuffarmi laddove nessuno, a parte me (o pochi altri) in quel momento, riteneva che sarei dovuto andare. Ringrazio il nuoto per il coraggio che mi ha insegnato a trovare dentro di me e per aver preso quel volo di andata, il primo di una ricca serie. Ringrazio il nuoto per avermi permesso di volare nella vita in generale, di avermi insegnato a gestire tensione e pressione, vittorie e sconfitte, di avermi imboccato a percorrere in modo sano e onesto la strada tra sogno e realizzazione. Ringrazio il nuoto per avermi portato sulla strada di così tante persone, alcune delle quali sono ancora presenti nella mia vita ad arricchirla costantemente con vera e profonda amicizia. Ringrazio la mia famiglia per esseremi stata accanto, per essersi gestiti in modo tale da accompagnarmi ad ogni allenamento ed ogni gara, e di essere ancora qui accanto a me, sempre e comunque, con amore e con fiducia.

Ciao nuoto...e grazie.


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